Nonn-Ino

Mio nonno era una roccia e si chiamava Ignazio ma tutti lo chiamavano “Ino”. Mio nonno ha vissuto la guerra da ragazzino e ci raccontava delle storie: come quando raccoglieva i bossoli dei proiettili per le strade di una Palermo martoriata dai bombardamenti. Mio nonno ci raccontava che vedeva le navi da guerra in avvicinamento sul lungo mare di Sferracavallo, ci raccontava del frastuono degli aerei alleati che sorvolavano la città.

Mio nonno una volta in primavera ci disse che se getti dei batuffoli di cotone dal balcone le rondini li raccolgono per costruirsi il nido e una volta ci abbiamo provato insieme ma non si è avvicinato nemmeno un uccellino. Mio nonno era molto severo con i suoi figli, mi racconta mia madre, soprattutto a tavola obbligava mia madre e le sue sorelle a mangiare la carne, ma loro la nascondevano sotto al tavolo e solo molti anni dopo mio nonno se ne accorse quando cambiarono il tavolo.

Mio nonno portava sempre la canottiera sotto la camicia e quando si sedeva a tavola rimaneva con la canottiera bianca a costine e le ciabatte della Champ con mezzo piede fuori e aveva le dita dei piedi tutte storte. Mio nonno parlava spesso di politica e di sport. Mio nonno, dice mia madre, che una volta ha votato per Berlusconi! Mio nonno era un impiegato del Banco di Sicilia e una volta ha incontrato il Papa polacco a Palermo e le foto di quell’incontro erano poggiate sul mobile di legno chiaro in salotto accanto al telefono. Mio nonno era molto religioso e si ricordava sempre del mio onomastico e mi chiamava per farmi gli auguri.

Mio nonno si appuntava tutto in maniera maniacale e aveva un calendario in ogni stanza. Sul mobile del salotto, accanto al telefono, era segnata ogni tipo di informazione sopra dei foglietti di carta che riciclava dai calendari degli anni passati. Mio nonno prendeva nota di tutto, dal numero del 118 alla lista della spesa, alle pillole che doveva prendere prima di andare a dormire, fino ad arrivare ai numeri da giocare al Totocalcio. Mio nonno era appassionato di calcio e quando i giocatori non facevano il loro dovere diceva che erano delle “creme”.Mio nonno giocava sempre al Totocalcio con mio padre e creava lui stesso dei sistemi con i quali non vinceva mai, mio padre lo sapeva ma continuava comunque a giocare la schedina con lui. Mio padre chiamava mio nonno “Papà” anche se in realtà non era suo padre.

Mio nonno era un palermitano doc, faceva Basile di cognome, aveva il naso allungato, portava gli occhiali ed era una buona forchetta. Aveva i capelli lisci e radi, e li portava unti all’indietro. Mio nonno non sapeva guidare. Aveva una Fiat Panda celeste del 1980 e ricordo ancora l’odore della tappezzeria logora e dismessa. Mio nonno ci ospitava d’estate al mare a Capaci, e li ho passato i giorni più felici della mia infanzia. La mattina presto andavamo al mare con mia nonna e poco prima di pranzo mio nonno veniva a prendere mia nonna che si faceva trovare sempre pronta. Ci accorgevamo dalla spiaggia che era arrivato ancora prima di strombazzare il clacson perché grattava terribilmente la frizione.

Mio nonno aveva una radiolina e la domenica ascoltava le partite con due auricolari bianchi, i primi che abbia mai visto in vita mia. Mio nonno alla fine delle partite controllava sul televideo che aveva sbagliato tutti i risultati del Totocalcio. Mio nonno dopo pranzo si addormentava sempre con gli auricolari nelle orecchie e russava fortissimo. Mio nonno era una persona seria, mia madre me lo ricorda sempre, ma quando vedeva i suoi nipotini si scioglieva e sorrideva fino a chiudere gli occhi e lasciando intravedere i suoi denti sgangulati, e oggi me lo ricordo così, che sorride dietro i suoi occhialoni neri, magari malconcio per via dell’età ma sempre sorridente e affamato. Me lo ricordo che addenta un’arancina come se avesse ancora tutti i denti, me lo ricordo che sorride guardando mia figlia così come guardava me, sorridendo fino a chiudere gli occhi..

Mio nonno era una roccia, è sopravvissuto ad una guerra, agli anni di piombo, a tre infarti e cinque by-pass, mio nonno era una roccia ma, a lungo andare, anche le rocce si sgretolano.

Arrivederci nonno!

Il Due di Copp(i)e

Hai presente le carte da gioco? C’è un modo di dire che fa: Vali meno del due di coppe a briscola! Invece nei tarocchi il due di coppe è una carta molto importante per quanto riguarda l’amore e la coppia in particolare. Le due figure che si guardano offrendosi reciprocamente una coppa sono l’emblema dell’armonia tra due persone che in quel momento decidono di incontrarsi e offrirsi qualcosa.

Il contenuto di quella coppa è tutto ciò che noi diamo a chi abbiamo di fronte e il caso ha deciso di farci incontrare. Le lettura delle carte in questo caso è molto esplicativa. Ci sono delle possibilità finite che possa essere pescata una carta, è vero, ma esiste anche la possibilità che questa carta si palesi capovolta, sottosopra. In questo caso il significato nella cartomanzia è totalmente opposto: l’armonia svanisce. È l’incontro che trasforma la realtà in magia. È il caso che decide se due persone vivranno una vita intera insieme o si abbandoneranno dopo poco tempo. Ma la natura della carta non mente: la convergenza di reciproci sentimenti,  come “l’unione di due fiumi”.

È il caso che decide se, dall’incontro di due esseri, di due sostanze, di due entità, l’alchimia sia efficace oppure no. Quindi, a volte, non basta riempire la coppa della nostra essenza. Ci vuole anche una buona dose di fortuna perché si verifichi l’alchimia. Ma la sostanza è che bisogna offrirsi, darsi, senza paura, sperando che il caso possa tirare fuori dal mazzo una carta con il verso giusto.

Il Posacenere

The Incipit@Nixcarlo

«E finalmente cadde, inesorabilmente, dal quinto piano, dalla finestra di casa mia. Nel caldo torrido di un’estate in città, con l’afa che rallenta i pensieri e le reazioni. Il fracasso fu fragoroso e la mia reazione fu una bestemmia e un sorriso. Non si poteva altrimenti con quel maledetto caldo..»

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Concorso Storie d’Estate @theincipit

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Lentezza

Oggi c’è il sole e farò tardi a lavoro. Oggi, quando ho aperto gli occhi non ho dovuto stropicciarli perché ci vedevo benissimo. Era lento il tempo che si muoveva introno a me. Era silenziosa la casa nonostante fosse abitata e non fosse più l’alba. Si vive di lentezza oggi, si vive lentamente, si vive piano per poter respirare di più e a lungo, tirando un grande sospiro di sollievo.

Lo desideravo da tanto tempo e adoro questo tempo rallentato e senza pressione, quel lento ed incessante nulla che intercorre tra un instante e l’altro. È solo un’impressione forse. Forse è solo che non ho voglia di correre, di scattare per un obiettivo terzo che non mi appartiene.

Forse è per questo motivo che resto seduto sul letto, immobile, a fissare il vuoto oltre la tenda della mia finestra spalancata. E quindi.. che il tempo passi! Silenzioso ed inesorabile come sempre. Ma oggi permetto che sia così. Lascio che passi, che scorra e posso vederlo, percepirlo.

Ed il suo odore e la sua presenza, il suo ricordo, sono più vividi adesso e sogno ad occhi aperti, immaginandola.. Se non fossi rimasto fermo ed immobile sul mio letto a fissare il vento leggero che soffia delicato tra i palazzi, tutto questo non ci sarebbe e il tuo ricordo svanirebbe rincorrendo i secondi e i minuti tra pensieri superflui, inutili.

La tua presenza come il tempo che passa.. Se non avessi perso del tempo non mi sarei mai potuto rendere conto di quello che stavo veramente perdendo.

E poi ti ho immaginata ed è diventata subito esigenza. E subito ti volevo per me soltanto. Non c’era una sola ragione al mondo per fidarmi.. Le sue mani lunghe e umide e la sue labbra adesso mi sfiorano ancora. Era ancora mattina intorno a me, era sempre mattina ogni volta che l’aspettavo.

Forse lei non esisteva affatto e non poteva cambiare la mia vita più di come non potesse fare un sogno.. Ed era così che volevo ricordarla, la mattina, con i suoi lunghi capelli ricci neri, sciolti, che le cadevano sul volto, mentre si palesava accanto a me, sbuffando per la fatica.

Come un pensiero che nasce durante la notte e diventa ossessione alle prime luci dell’alba, malefico ed intrigante.. solo quando a fatica il sole si leva sui nostri orizzonti che si presenta quindi in tutto il suo splendore.

Io l’amavo. Io ero innamorato di lei, io ero lì, fermo sul mio letto, tutte le notti e tutte le mattine, ad aspettare che tornasse da me per non lasciarmi solo con i miei pensieri a lottare, rassegnato ormai, contro il tempo.

 

On-line il libro di Abattoir: “Diari di border”

Copertina con sottotitolo

 

<<Un frattale di scritti al sapore di italiano medio, di contratti a tempo determinato rinnovati di tre mesi in tre mesi. Ha il gusto di padri di famiglia, di nazioni bipolari di nome “Italia”, di vite spalmate sul filo del rasoio in eterna posizione intermedia tra normalità, patologia, solido, liquido o aeriforme; sa di nascere, morire, impazzire; odora insieme di buono o cattivo o bianco o nero, di Edipi irrisolti, di fatti cronici o irreali moderni, pre/post-moderni, generazionali, di genere. E ancora: di mostri in prima pagina, di medium, di riformatori, di redentori e di novelli Gesù, di elementi diversi, tenuti insieme dalle mappe geografiche della nostra realtà: una linea di stabile instabilità su cui non sempre divertirsi, a ballarci sopra.>>

 Diari di Border – Storie in equilibrio precario

7 – U SICILIANO [#3]

 

Ddu sbrirru era nu bravu picciotto! U carico era fuori di cinquanta kila però un mi fici nianti. Nni pigghiammu u café e nni salutammu a 20 chilometra ru cunfini. Cu u telefono scarico e u furgone surriscardatu m’avitti a firmare poco prima pi canciarici l’acqua al radiaturi. E mancu u tiempo ri scinniri ca fui imvestito da tre, quattro macchini ri sbirri a sirene strombazzanti, ca una quasi mi imbestìa.

Ora ero sulu, sutt’a nivi e un sapìa unn’avìa a gghiri pi lassari sta merce. Pinsai di firmari a uno chi passava:

«Mi scusassi per cortesia, canusce lei a un certo signor Gruppusu? No perché c’avia a lassari unu poco ri bancali che haiu n’capu u camion..»

Iddu mi taliò como si talia un cani! Mi rette 50 franchi e sinnìu comu vinni! Io pigghiai macari sti picciuli e chiamai a me mugghiari da una cabina telefonica:

«Rosetta, Carmelo sono, sono in Svizzera, qua è troppo bello. I cristini pi strada t’arrigalanu picciuli, accusì.. Rosetta, dobbiamo vernirci insieme nna Svizzera. Qua u travagghio mi finì a schifiu, mi sa ca scinnu che unnaiu manco i picciuli pi telefunari, na vasata ni sentemu.. ciao ciao »

Ca provava pure a chiamari u Bossi para dirici ca era arrivatu, ma u telefonu ri chiddu a vuoto squillava per tri, quattro, cinque voti. Quannu finivu tutti i picciuli acchianai incapo u furguni e accunminciava a scinniri verso la dogana.

Era tranquillo e sullivato, era comu turnari ruoppo una guerra. Mi mancava qualche metro alla dogana e iu pinsava si me sequestravano la merce un minni futteva una minchia salata. Ci lassava tutti i cosi dda e minn’iva a casa apperi piuttosto.

A un certo momento, era dda ca stava girannu p’infilarimi nna piattaforma de la dogana quando un vastasu con un TIR s’infilò comu un curnuto davanzi ammia. U furgone s’abbasso i menzu lato e tutta la merce paria cariri in tierra sfasciando u telone.

«Disgraziato, ma cumu minchia guidi, ma chista manera è, io non lo so boh!»

«Mi scusi mi scusi, si è fatto male?»

«No, niente mi fici, sulu a merce: s’accappottò tutta!»

Quannu trasivu rintra u furgoni viri nnu funnu sta cascia apierta con dei fogliettini ca niescivanu fora: erano picciuli, tanti picciuli! Nescivu dal telo bianco nta facci e tranquillizzava a tutti: “ la merce è apposto!”

U furgoni però un partia, u carburaturi scoppiò e funniu u muturi.

«E ora comu fazzu» – iu pinsava ai picciuli e chiancìa.

«Non sa come tornare a casa?» me ricìa l’autista del TIR.

«Se vuole posso caricarle il furgone sul rimorchio e portarlo fino a Varese.»

L’occhi mi si spalacarunu e tutti i renti si virìanu. Lo arrringraziavu comu a Marunna arringraziò a l’ancilu Gabriele. Caricatu u furgoni ccurrivamo verso l’Italia, io e u me cumpari.

«Me lei di dov’è?» mi rici iddu

«Iu nascivu a Caltanissetta, 63 anni fa, mi scusi si sugnu inalfabeta ma sturiavu nfinu a sicunna media, poi lassavu tutti cuasi pi travagghiari. Ciavìamu un campo che coltivavamo a cacoccioli, carciofi. Poi i mafiusa si futtiaru tutti cosi.»

«E la vita è dura..» mi rici iddu..

«Si, fino a ieri lo ha stato!» c’arrispunnu iu!

6 – IL BOSS [#2]

Quando sentii bussare guardai in faccia quel cretino: aveva una narice bianca e tossiva come un forsennato in preda a convulsioni. La prima cosa che guardai era la finestra. Magari gettandomi dal terzo piano riuscivo a salvarmi atterrando su una terrazza, o che ne so. Le mani cominciavano di nuovo a tremare e per 20 secondi abbondanti né io né il Lungo pronunciammo verbo. Mi avvicinai furtivamente alla porta e vidi dallo spioncino un cameriere con un vassoio in mano. Aprì di soprassalto tanto da far saltare in aria il ragazzo:

«Chi ti manda!?»

«Non so, la cucina, c’è un ordine per la stanza 217, beh, la stanza 217 è questa, si, guardi qua» – diceva sorridendo.

Quel deficiente mi indicava con il suo ditino bianco e magro e con il fastidiosissimo accento svizzero la targhetta della porta. Afferrai il vassoio con il coperchio di sopra e cacciai via il ragazzo che rimase per un po’ sbigottito fuori dalla porta. Portai dentro la stanza il vassoio e sudavo freddo dalla fronte. Che cosa c’era dentro il vassoio? Chi lo mandava? Una coincidenza, un semplice errore della cucina?

«Aprilo, c’ho una fame!» – disse il Lungo

«A te la roba ti ha rosicato il cervello! Potrebbe esserci di tutto là dentro»

«Secondo me ci hanno solo portato la colazione, che cazzo di ore sono? È colazione no?»

Poggiai il vassoio sul tavolo e aprì lentamente il coperchio .. era la colazione! Due toast e delle uova strapazzate per iniziare bene la giornata. Dal frigobar stappammo una bottiglia di champagne. Sembrava la fine di un incubo e mangiammo di gusto il pasto!

«Tu che cazzo ci farai con quei soldi?» – chiese il Lungo.

«Io? una vita nuova! A 45 anni voglio ricominciare da un’altra parte, in un altro mondo!»

«Io credo proprio che andrò in Colombia e mi tirerò l’impossibile!»

«E i tuoi debiti?»

«Beh, diciamo che li ho “fatti fuori”: prima di venire in banca ho beccato il calabrese con la macchina e l’ho fatto fuori, con questa!» – disse agitando la pistola per aria, proprio in quel momento bussarono nuovamente alla porta:

«Chi è?»

«Servizio in camera..»

«Un’altra volta .. ma che cazzo è oggi!?»

Aprii la porta e in breve sei agenti dell’Interpol ci erano in torno. Ridevo mentre nella confusione sentivo il gelo delle manette intorno ai polsi. Mi sentivo come protetto, al sicuro! Il Lungo, come un ossesso si agitava con due agenti che cercavano di bloccarlo e disarmarlo. Cadde a terra e battendo la testa contro un comodino di lusso svenne afflosciandosi di colpo. Un agente si mise davanti a me confermando i capi d’accusa che ci erano stati imputati. A quanto pare il Lungo beccò in pieno volto un noto esponente della Sacra Corona. Uno che veniva pedinato da anni e che aveva spia e telecamere puntate addosso. Per me invece scattava l’arresto per favoreggiamento e bancarotta fraudolenta, niente sulla rapina e sui soldi. Io risi e abbassai lo sguardo. Passando attraverso il grande salone della hall, con il tappeto rosso e l’odore di nuovo nell’aria guardavo le facce sbalordite dei clienti. Tutti imbacuccati nelle loro pellicce, con le loro scarpe pulite e i loro sguardi allibiti. Avrei voluto sputare in ogni bocca aperta.

«Abbassate lo sguardo, vigliacchi! Chiudete quei cazzo di occhi e vergognatevi! Vergognatevi tutti!» – gridai.

Mentre tre persone caricavano il Lungo svenuto dentro un volante, io ero già seduto con e mani dietro la schiena. Con la bocca aperta e una ferita in piena fronte il Lungo era svenuto e la sua testa cadeva lentamente sulla mia spalla, iniziando a sbavare. Riprese a nevicare, e dal riflesso del finestrino guardavo la mia faccia. Stavo sorridendo, sghignazzando. In un attimo i miei problemi erano finiti e avevo pagato per i miei errori. Pensavo che se prima fossi volato da quella finestra in questo momento la neve starebbe coprendo il sangue e le mie vergogne.

5 – IL LUNGO [#2]

Insomma, questo tutto nervoso non sapeva di avere a che fare con il migliore nel campo delle rapine. A dire il vero era un po’ che non mi facevo una banca. A dire il vero erano quasi due anni che facevo il bravo. Dopo due anni di gabbia, a 37 anni, ti rendi conto che devi darti una calmata. Puoi guarda al Boss come sta messo male. Praticamente si sta consumando le dita per i nervi e ogni tanto ridacchia e canta Zero: cioè è proprio uno zero. Dopo aver seminato tutti siamo andati al magazzino di Varese. Qui, aspettando la sera, abbiamo confezionato il falso scatolone da trasportare. Abbiamo finito alle 03.00 e alle 04.00 arrivava Carmelo, un trasportatore terrone. Un tipo tranquillo e fidato, almeno così me lo descriveva il Boss. A lui aveva promesso quasi un anno di stipendio sull’unghia! Beh, per un poveraccio niente male. Il resto dovevamo dividercelo a metà, il Boss avrebbe trattenuto solo una piccola somma per corrompere il banchiere che avrebbe riciclato il denaro. Io a dire il vero non mi fidavo del Boss, e in ogni caso ero l’unico che ancora aveva un’arma nelle tasche. Lui era esagitato e nonostante ci fossero 3 gradi sotto zero la sua testa pelata era bagnata di sudore. Era secco e scavato in volto, sicuramente non dormiva da una vita. Lo capisco, è un disperato anche lui. La moglie che lo molla, il fallimento della ditta e i soldi in prestito, anche lui era disperato, forse come me e come il siciliano. Però, porco ddue quanto puzzava! Si sarà cagato nelle braghe come minimo. In breve arrivammo a Lugano, passammo la frontiera e gli sbirri poteva solo succhiarci le palle.

«Quindi, adesso? Che si fa?»

«Abbiamo appuntamento in un albergo, dovremmo fare la consegna nel parcheggio sotterraneo e poi andare in banca per ritirare i libretti>>

L’hotel dove aveva prenotato era un super mega lussureggiante 5 stelle:

«Porco ddue che sciccheria!»

«Tu cerca di non dare nell’occhio, sei vestito come uno scoperchiatore di tombe»

«Hey, io vesto così, e poi guardati tu, sembra che hai partorito uno stronzo di 20 chili e puzzi di morto!»

«Beh si, dovremmo darci una sistemata prima di parlare con il nostro contatto, è gente che conta quella!»

«Porco ddue!»

Entrati nella hall tutti cominciarono a guardarci male. Io tenevo il ferro da dentro la giacca pronto a fare fuoco in qualsiasi momento. Tutte quelle facce di cazzo vestiti chiccosi, con tutti quei gioielli che ricoprivano le donnone come alberi di natale, andate a fanculo bestie! In un’altra occasione con due compari ben addestrati avrei sequestrato per 20 minuti quei figli di puttana, e li avrei spellati di tutti i loro beni! Ah, beata gioventù!

«Dai andiamo..» fa il boss, io lo seguo dentro un ascensore con un portantino con le nostre 24h in mano. Dentro l’ascensore guardo fisso il portantino negli occhi, “piccolo stronzo” penso “ti piace farti leccare da queste ricche vacche”. Magari ti fai pure spugnettare da settantenni decrepite per pochi spiccioli. Apro la giacca e gli faccio vedere la pistola, il bimbo sbianca nella sua divisa rossa, coni guanti bianchi e il cappellino da pagliaccio. Il boss si gira, l’ascensore si ferma, la porta si apre e entriamo in camera. È mattino presto fuori e la tormenta di neve è appena terminata. La stanza è enorme con due bagni e due camere da letto separate. Io mi siedo in salotto e tiro fuori una bustina dalle mutande e mi preparo due bei pistoni per festeggiare:

«Che cazzo fai?» mi fa il boss in preda alla ennesima crisi di panico!

«Calma, calma, cioè non dormo da due notti, siamo stati in fuga fino a due minuti fa.. adesso rilassati»

«Rilassati il cazzo, hai capito che quello non mi risponde? Quel siciliano di merda ha il telefono spento e tra un’ora deve essere qui? Ah lo capisci questo?»

Annuì a abbassai il volto sul tavolo, tirai una, due .. tre strisce! Il grosso ormai era andato e non c’era modo di fallire, porco ddue, già pensavo a cosa cazzo avrei fatto con quei soldi.

Ad un certo punto bussarono alla porta, ci guardammo in faccia e il boss andò alla porta:

«Chi è?»

«Servizio in camera..»

«Non abbiamo ordinato nessun servizio in camera..»

4 – U SICILIANU [#2]

U SICILIANU [#2]

Pigghiai du collo ca macari i mani mi trimavano. Misi ddu scatuluni incapu u furguni cu u mulettu. Era grosso e pisanti. I carti ca avia a prisintari alla dogana ricìanu ca eranu pizza di firru pi macchinari. Pi quanto nni sappia io dda rintra ciera qualcosa ri impurtante e a curiosità mi stava manciannu vivu! Addivintava russu e cocìa rintra: “ l’anima mia è ignuranti”, pinsava, e u mmi pozzo mettere nni guai. Haiu famigghia i a pinsari a me mugghiari ca m’aspietta a casa, sulu a idda a pinsari nna stu minuto. Acchianavu comu un furmine ncapu u furguni ca quasi pariva ca si stava addumando a notte! A prima scoppa e u furguni mancu partìa e m’arripigghiavu ru scantu sulu quannu i luci s’arriflettevano contro u purtuni. E mintra taliava a strada ri latu, cu suli c’acchianava aracio ncapu a l’urizzunti, ca arriari mi pigghiavau pinseru: “ mi bastanu 5 minuti i addivento ricco”! Dda rintra un c’è firru, sicuro, dd’a rintra c’è tipo qualche cosa di costoso, sicuro, pinsava io! Solo che mai mi sarei messo a rubare cose che non sono mie. Mai mi sarei permesso, perché una vita a scappari unna pozzo fari. C’è macari cu scappa tutt’a vita e arritorna cchiu granni i educato, c’è invece cu arrimani unni nascìo e ci po’ moriri puri cuntiento! Mintra stava pigghiatu ri me pinsara ca aracio u scuru scompariva, quannu vitti i luci ca lampeggiavano a mancu un chilomitro ravanti a mmia. Era la Polizia!

«Buongiorno» rici iddu..»

«Si chiestu è u buongiorno como minimo a’ssira non c’arrivamu!»

Iddu rideva sotto u pizzetto, ca paria me compaesanu, sulu ca iddu un pigghiava l’argumento e iu mi fici serio nta facci.

«Dove si dirige» mi rici iddu.

«Svizzera signore!»

«Trasporta ferro?»

«Ma chinni sacciu, puru ca ci porto oro o merda ammia sempri picca mi pagano!»

U sbirru arrieri riiva, ca mi veniva ri ririci “Chi cci riri a Minchia?”.

Si vota e si rivota u furgone con su compari ca trafficava incapu a la volante con i documenti ca ci ravu, quantu mi squilla u cellulari:

«Tutto OK?» era u Boss.

«Ma insomma..»

«Che succede?»

«Diciamo che sugnu in compagnia, un controllo pari, mi pari cosa veloce però..»

«Mi raccomando, ti stiamo aspettando..»

«Eh, u capisciu. Se non ci su probbremi avissi a arrivare macari i 10:00, però rici ca c’è neve alta pi strata..»

U telefono si scarricò e s’astutò sulu in du secondi e mu misi nna sacchietta.

«Senta mi pare fuori portata il mezzo: dobbiamo pesarlo!»

U cuari s’arristò e u sangu rintra i vene congelò r’improvvisu.

Ca vucca aperta e l’occhi tanti ci rissi:

«Ma cuannu, ora?»

U suli ora era avuto sopra a nivi e tutto brillava..

3 – IL BOSS [#1]

Entrava a testa china e passo pesante nella saletta d’attesa. Le braccia penzoloni lungo le gambe. Era alto e secco come un albero, sfiorava senza alcun dubbio i due metri di altezza. I capelli lunghi e neri, ricadevano lisci sulla faccia, nascondendo il viso. Si intravedeva a malapena il volto nascosto dietro enormi occhiali da sole che nascondevano gli occhi chiari. Solo il lungo naso sottile, martoriato da anni di tossico dipendenza, si riusciva a vedere perché sporgeva, aquilino. Si sedette accanto a me con appena 27 minuti di ritardo sul programma, si infilò una sigaretta in bocca e mi disse:

«Fammi accendere!»

«Non si fuma qui idiota!»

«Io fumo dove cazzo mi pare!»

«Siamo in una cazzo di banca per fare una cazzo di rapina e tu ti fumi una sigaretta!?»

«È che sono un po’ nervoso ..» – disse sbadigliando profondamente!

“Il Lungo” era considerato l’esperto nelle fughe e procurava le armi. Era lui che avrebbe tenuto sotto scacco un ostaggio mentre io mi faceva dare tutto l’incasso. Tutto era prestabilito al minimo dettaglio. La pescheria “U Spisci Spata” di Varese, d’accordo con il direttore del Banco di Pavia, avrebbe depositato circa un milione di euro nel cavò della banca proprio questa mattina. Parliamo di 4 borsoni da 50 chili l’uno che avremmo dovuto caricare sulla macchina del Lungo e portare a Varese, in un magazzino. Da lì, attraverso un trasportatore di fiducia, la merce sarebbe stata occultata e inviata a Lugano, Svizzera, dove un compiacente direttore di banca avrebbe riciclato quei soldi in franchi svizzeri e aperto un conto in banca intestandolo ad un prestanome. Il mio informatore, un cliente dei siciliani proprietari della pescheria, sapeva per certo che i soldi sarebbero stati consegnati in nottata e che erano in deposito nel cavò della banca sotto la sorveglianza non troppo sicura di una guardia di vigilanza privata. Dovevamo entrare e uscire in 30 minuti massimo ed invece ero lì dentro da quasi un’ora aspettando quel cretino! Non avevo più unghia da mangiare!

«Ma che cazzo hai fatto in faccia? Anche il naso .. ma è sangue quello?»

«Dai mammina, mollami, mi stai sgonfiando le palle!»

Detto questo mise il colpo in canna e afferrò da dietro quella biondina dai capelli corti e esclamò:

«Signori, scusate i l ritardo, ma vorremmo parlare gentilmente con il direttore della banca!»

In quel momento la testa ti scoppia e i denti stridono. I suoni sono come ovattati e a stento riesci a essere lucido e capire quello che succede. A me è capitato di pensare alla mia ex moglie e ai piccoli. Dopo il fallimento della ditta di trasporti stavo galleggiando sui debiti da circa un anno. I soldi no bastavano mai: avvocati, mia moglie, i bambini! Ero un uomo senza vizi che fino a due anni fa organizzava il minimo dettaglio della sua vita. Adesso ero in una piccola banca a due passi da dove giocavo da piccolo, con un fazzoletto sporco che mi copre a malapena il volto che carico mazzi di soldi come se fossero grappoli d’uva durante la vendemmia. Ricordo che per l’adrenalina sollevai due sacchi io e due il Lungo e ci infilammo in macchina come se niente fosse. Avevamo sollevato circa 200 chili di denaro e stavamo già scappando per nasconderlo! Il Lungo rideva e si stava preparando una pista su un CD di Renato Zero. Presi il CD e lo infilai nello stereo: cominciai a cantare a squarcia gola Triangolo, del Renatone nazionale. Non appena raggiunto una stradina tranquilla e certi che nessuno ci seguisse cominciai a ragionare e a intendere nuovamente. Ce l’avevamo fatta! Avevamo 1 milione di euro in banconote da piccolo e medio taglio sul sedile posteriore della Ford del Lungo e ce la ridevamo di gusto! Sogno o son desto!?